Via libera dall'Eurogruppo al piano di aiuti da 110 miliardi
All’Europa dopo la crisi di Atene “mancherà qualche pezzo”
L'Eurogruppo, riunito in sessione straordinaria alla presenza del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha dato il via libera al meccanismo di sostegno finanziario triennale grazie al quale nelle casse di Atene saranno versati centodieci miliardi di euro, di cui ottanta a carico dei paesi euro e trenta a carico dell'Fmi. Il principale contribuente sarà la Germania, con 8,4 miliardi di euro.

L'Eurogruppo, riunito in sessione straordinaria alla presenza del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha dato il via libera al meccanismo di sostegno finanziario triennale grazie al quale nelle casse di Atene saranno versati centodieci miliardi di euro, di cui ottanta a carico dei paesi euro e trenta a carico dell'Fmi. Il principale contribuente sarà la Germania, con 8,4 miliardi di euro, seguita dalla Francia con 6,3 miliardi e dall'Italia con 5,5 miliardi. Il programma di salvataggio avrà come contropartita un serio intervento di risanamento da parte del governo di Atene, che annuncia tre anni di austerity con riduzioni di stipendi e pensioni.
In una settimana i titoli di stato della Grecia sono diventati “spazzatura”, il rating di Portogallo e Spagna è stato tagliato, Belgio, Irlanda e Italia si sono ritrovati negli elenchi dei paesi a rischio contagio redatti dalla stampa economica. E’ la fine dell’euro? Non ancora, anche se l’Europa politica vacilla e il continente è sotto pressione da est, da ovest, da nord e da sud. C’è sempre prudenza: “I mercati rischiano di diventare irrazionali” e “in una situazione di speculazione a oltranza non si può escludere uno scenario di contagio”, dicono molti analisti. Ma nessun dramma se la Grecia va in default o è costretta a ristrutturare il debito e a lasciare l’euro. Anzi, l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, sul Times di ieri invitava a “cacciare la Grecia fuori dall’euro come avvertimento ad altri reprobi”.
Il problema sta altrove. Sono l’Unione europea e l’eurozona a trovarsi di fronte a un’alternativa: promuovere una maggiore integrazione politico-economica, oppure atrofizzarsi in un processo di ri-nazionalizzazione e marginalizzazione globale.
L’euro resisterà alla crisi greca perché “continua a essere sostenuto da una volontà politica forte di tutti gli stati membri”, dice al Foglio Thomas Klau, direttore dell’ufficio di Parigi dell’European Council on Foreign Relations. Lo dimostra il fatto che, nonostante molte contraddizioni, tutti stanno contribuendo al salvataggio della Grecia, in nome della “stabilità” dell’euro. Compresa la Germania che, per un mix di ragioni filosofiche ed elettorali, ha rinviato il più possibile l’assistenza finanziaria.
“La zona euro reggerà”, conferma al Foglio Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies (Ceps), uno dei dieci think tank più quotati al mondo. Al massimo “mancherà qualche pezzo”, come la Grecia. L’attivazione del meccanismo di salvataggio rischia di non servire a nulla, perché il governo di George Papandreou “avrà delle difficoltà a ripagare i suoi debiti”.
Secondo gli esperti, le probabilità che Atene centri gli obiettivi del piano di austerità concordato con Fondo monetario internazionale e zona euro – una riduzione del 10 per cento del deficit sul pil entro la fine del 2011 – sono molto basse. I tagli avranno un impatto negativo sull’economia e la recessione potrebbe aggravarsi, con una riduzione delle entrate fiscali che minerebbe gli sforzi del governo. Altri esperti avanzano un terzo scenario catastrofico: le rivolte sociali e l’instabilità politica azzererebbero le speranze di controllare il debito greco, rendendo inevitabile il default. Per Gros, “la situazione finanziaria richiede molta coesione politica”. E, in Grecia, oggi “non c’è. Prima o poi sarà inevitabile una ristrutturazione del debito”. In caso di default, “l’incentivo a restare nell’euro non c’è più”, conviene tornare alla dracma. Se è vero che non esistono meccanismi istituzionali per uscire dalla moneta unica, dice il direttore del Ceps, “non possiamo mandare i gendarmi ad Atene” per impedire che la Grecia esca dall’euro. “L’esclusione sarebbe politicamente umiliante, ma economicamente benefica”, spiega Bill Emmott.
Allan von Mehren, economista della Danske Bank, ha calcolato che un bailout di più paesi – come Portogallo e Spagna – potrebbe costare “500-600 miliardi”. Ma la loro situazione è molto meno preoccupante, anche se le opinioni divergono. Il Portogallo, secondo Daniel Gros, “ha una situazione economica simile a quella greca, ma ce la farà”. Thomas Klau vede a Lisbona una “debolezza potenziale per il suo indebolimento globale”. Bill Emmott dice che l’uscita dall’euro sarebbe di beneficio anche ai portoghesi. Quanto alla Spagna, per Gros, è “too big to fail” e “i suoi problemi di liquidità si possono risolvere”. Nemmeno l’Italia “corre pericoli” perché c’è il “popolo dei Bot” e “il governo pagherebbe un prezzo politico troppo alto” in caso di default. Comunque, secondo Emmott, è “molto improbabile che Spagna o Italia vogliano seguire” un’eventuale uscita dall’euro di Atene e Lisbona.
La crisi greca mette però la zona euro davanti a “un’alternativa semplice – dice Thomas Klau –: avanzare o indietreggiare. Lo status quo politico e istituzionale non è sostenibile. L’esigenza di migliorare i meccanismi è condivisa” da tutti i membri. Il problema è che “ci sono forti divergenze sul modo migliore per farlo”. Il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, sta formando una task force per proporre le riforme necessarie. Pur di rafforzare il Patto di stabilità la Germania ha espresso il desiderio di modificare i trattati. La Commissione avanzerà le sue proposte il 12 maggio; i paesi che violano ripetutamente il Patto di stabilità perderanno i fondi regionali. Ma gli stati membri sono divisi. Berlino si oppone all’approvazione preventiva da parte di Bruxelles delle finanziarie nazionali. Parigi dice “no” a un Fondo monetario europeo. I paesi del Mediterraneo e quelli dell’est europeo non vogliono rischiare di perdere i fondi regionali. Francia e Germania si scontrano sugli squilibri interni all’economia della zona euro.
Secondo Matthew Kaminski del Wall Street Journal, “le divisioni emerse negli ultimi mesi e la fine dell’asse Parigi-Berlino rendono un’unione più integrata per governare l’euro un sogno irrealizzabile”. Per Daniel Gros, “in passato avevamo avuto dei balzi in avanti dopo le crisi”. Invece, da quando è scoppiata la crisi, “abbiamo avuto due volte il contrario”: prima con i bailout delle banche su scala nazionale, poi con i ventisette piani di stimoli all’economia al posto di un unico stimolo europeo. “Finita la grande paura, la risposta coordinata si è frazionata e ognuno a casa sua” ha fatto ciò che ha voluto, dice Gros. Per Philip Stephens del Financial Times, “il rischio non è tanto una rottura, ma l’atrofia che deriva dall’assenza di leadership politica”.
Il problema sta altrove. Sono l’Unione europea e l’eurozona a trovarsi di fronte a un’alternativa: promuovere una maggiore integrazione politico-economica, oppure atrofizzarsi in un processo di ri-nazionalizzazione e marginalizzazione globale.
L’euro resisterà alla crisi greca perché “continua a essere sostenuto da una volontà politica forte di tutti gli stati membri”, dice al Foglio Thomas Klau, direttore dell’ufficio di Parigi dell’European Council on Foreign Relations. Lo dimostra il fatto che, nonostante molte contraddizioni, tutti stanno contribuendo al salvataggio della Grecia, in nome della “stabilità” dell’euro. Compresa la Germania che, per un mix di ragioni filosofiche ed elettorali, ha rinviato il più possibile l’assistenza finanziaria.
“La zona euro reggerà”, conferma al Foglio Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies (Ceps), uno dei dieci think tank più quotati al mondo. Al massimo “mancherà qualche pezzo”, come la Grecia. L’attivazione del meccanismo di salvataggio rischia di non servire a nulla, perché il governo di George Papandreou “avrà delle difficoltà a ripagare i suoi debiti”.
Secondo gli esperti, le probabilità che Atene centri gli obiettivi del piano di austerità concordato con Fondo monetario internazionale e zona euro – una riduzione del 10 per cento del deficit sul pil entro la fine del 2011 – sono molto basse. I tagli avranno un impatto negativo sull’economia e la recessione potrebbe aggravarsi, con una riduzione delle entrate fiscali che minerebbe gli sforzi del governo. Altri esperti avanzano un terzo scenario catastrofico: le rivolte sociali e l’instabilità politica azzererebbero le speranze di controllare il debito greco, rendendo inevitabile il default. Per Gros, “la situazione finanziaria richiede molta coesione politica”. E, in Grecia, oggi “non c’è. Prima o poi sarà inevitabile una ristrutturazione del debito”. In caso di default, “l’incentivo a restare nell’euro non c’è più”, conviene tornare alla dracma. Se è vero che non esistono meccanismi istituzionali per uscire dalla moneta unica, dice il direttore del Ceps, “non possiamo mandare i gendarmi ad Atene” per impedire che la Grecia esca dall’euro. “L’esclusione sarebbe politicamente umiliante, ma economicamente benefica”, spiega Bill Emmott.
Allan von Mehren, economista della Danske Bank, ha calcolato che un bailout di più paesi – come Portogallo e Spagna – potrebbe costare “500-600 miliardi”. Ma la loro situazione è molto meno preoccupante, anche se le opinioni divergono. Il Portogallo, secondo Daniel Gros, “ha una situazione economica simile a quella greca, ma ce la farà”. Thomas Klau vede a Lisbona una “debolezza potenziale per il suo indebolimento globale”. Bill Emmott dice che l’uscita dall’euro sarebbe di beneficio anche ai portoghesi. Quanto alla Spagna, per Gros, è “too big to fail” e “i suoi problemi di liquidità si possono risolvere”. Nemmeno l’Italia “corre pericoli” perché c’è il “popolo dei Bot” e “il governo pagherebbe un prezzo politico troppo alto” in caso di default. Comunque, secondo Emmott, è “molto improbabile che Spagna o Italia vogliano seguire” un’eventuale uscita dall’euro di Atene e Lisbona.
La crisi greca mette però la zona euro davanti a “un’alternativa semplice – dice Thomas Klau –: avanzare o indietreggiare. Lo status quo politico e istituzionale non è sostenibile. L’esigenza di migliorare i meccanismi è condivisa” da tutti i membri. Il problema è che “ci sono forti divergenze sul modo migliore per farlo”. Il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, sta formando una task force per proporre le riforme necessarie. Pur di rafforzare il Patto di stabilità la Germania ha espresso il desiderio di modificare i trattati. La Commissione avanzerà le sue proposte il 12 maggio; i paesi che violano ripetutamente il Patto di stabilità perderanno i fondi regionali. Ma gli stati membri sono divisi. Berlino si oppone all’approvazione preventiva da parte di Bruxelles delle finanziarie nazionali. Parigi dice “no” a un Fondo monetario europeo. I paesi del Mediterraneo e quelli dell’est europeo non vogliono rischiare di perdere i fondi regionali. Francia e Germania si scontrano sugli squilibri interni all’economia della zona euro.
Secondo Matthew Kaminski del Wall Street Journal, “le divisioni emerse negli ultimi mesi e la fine dell’asse Parigi-Berlino rendono un’unione più integrata per governare l’euro un sogno irrealizzabile”. Per Daniel Gros, “in passato avevamo avuto dei balzi in avanti dopo le crisi”. Invece, da quando è scoppiata la crisi, “abbiamo avuto due volte il contrario”: prima con i bailout delle banche su scala nazionale, poi con i ventisette piani di stimoli all’economia al posto di un unico stimolo europeo. “Finita la grande paura, la risposta coordinata si è frazionata e ognuno a casa sua” ha fatto ciò che ha voluto, dice Gros. Per Philip Stephens del Financial Times, “il rischio non è tanto una rottura, ma l’atrofia che deriva dall’assenza di leadership politica”.